IL NOME
 

     Il nome Garda deriva probabilmente dal germanico Warte, che significa guardia, castello. In origine, la denominazione identificava il castello altomedievale che sorgeva sulla Rocca. La fortezza fu tanto importante da dare il proprio nome all'intero lago, l'antico Benacus. Il paese di Garda, invece, era conosciuto come Garda plana. Paese e nome hanno lo stesso nome: Garda. Ma è la cittadina che l'ha preso dalla grande distesa d'acqua che Virgilio diceva "marina", oppure è il contrario?
     Gli storici dicono che il più grande lago d'Italia si chiama Garda perché questo nuovo nome, dopo il latino Benacus, l'ha avuto in eredità proprio dalla città di Garda. O forse non proprio dalla città. In realtà il lago si chiama "di Garda" a motivo della fortezza che già in epoca altomedievale sorgeva sulla Rocca di Garda. Si trattava di uno dei più importanti castelli del territorio prealpino e padano. Fu questo suo rilievo strategico, militare e politico a far sì che tutto il lago fosse contrassegnato col suo nome: Garda, appunto. Il villaggio ai piedi della Rocca, invece, era Garda plana, e cioè Garda sul piano, ai piedi del colle.
     Quando avvenne la mutazione del nome? Uno storico locale, Massimo Ragnolini. dice che probabilmente il latino Benacus venne sostituito da Garda ai tempi dei Longobardi. Un poeta, Enrico Grassi, in una sua "Historia", parlando di Garda dice: "Carlo Magno ti fe' contea e t'estese a tutto il lago". Ed aggiunge, rivolgendosi al lago: "Fu allor che tu, Benaco... fu allor che novo ti nomasti: Garda!". In effetti, all'epoca dei Franchi, Garda e la sua fortezza videro accrescere in maniera considerevole la loro rilevanza. Divisa dal restante territorio veronese, Garda fu a quei tempi una contea, oppure un comitato autonomo. Il suo conte aveva probabilmente dimora proprio nel castello della Rocca. Che poi sia stato davvero Carlo Magno a stabilire che il lago doveva chiamarsi di Garda, questo lasciamolo alle fantasie dei poeti. Per il resto il nome di Garda sembra derivi da una parola germanica: Warte, che significa guardia, fortezza. A poco a poco, però anche lo splendore del maniero che pareva imprendibile cominciò ad offuscarsi. Nuove strategie e tecniche militari ebbero il sopravvento su quelle vecchie fortificazioni, che vennero rase al suolo. La fantasia popolare vuole che con le pietre del castello siano state fabbricate le case del vecchio borgo di Garda, anche se pare piuttosto improbabile. Qui e là sulla Rocca sono rimasti però resti di imponenti mura, rimesse in luce di recente attraverso le ricerche del progetto archeologico “Adelaide '99” condotte dall'equipe del professor Gian Pietro Brogiolo.

LA PREISTORIA


     Nel territorio di Garda sono stati effettuati numerosi ritrovamenti di insediamenti di epoca preistorica. La testimonianza più entusiasmante è però costituita dal grande patrimonio dell'arte rupestre: migliaia di figure tracciate sulle rocce dalla mano dell'uomo attraverso quattromila anni. La scoperta è opera del professor Mario Pasotti.
     Sono numerose e di grande interesse i reperti dell'epoca preistorica venuti alla luce a Garda. Il primo ritrovamento avvenne nel 1881, quando ai piedi della Rocca di Garda si scoprirono dei pali infissi per un paio di metri sul fondo, e inoltre ceramiche e bronzi.
Nel luglio del 1964, in via San Bernardo si trovò una necropoli con diciannove tombe: c'erano vasi, ciotole, pochi bronzi, ossi lavorati. Il tutto, secondo gli esperti, della tarda età del bronzo. Nel 1969, in località Sabbionara, in collina, verso Marciaga, vennero casualmente notati e raccolti in una cava di sabbia dei frammenti di ceramica molto antichi, addirittura della prima età del bronzo. A trovare quei reperti fu un insegnante, un professore che ha segnato tappe preziose nella conoscenza della storia gardesana: Mario Pasotti. Era stato lui che qualche anno prima, con una intuizione geniale, aveva aperto la strada sulla più bella delle avventure "preistoriche" di Garda.
Pasotti era stato in Valcamonica a visitare quelle zone dove la roccia è fittamente incisa di figure create dall'uomo molti secoli fa. Si rese conto che quelle pietre istoriate della valle un tempo abitata dai Camuni assomigliavano a certi lastroni che affioravano tra i boschi del Monte Luppia, sopra punta San Vigilio. Andò a verificare e trovò esattamente quello che cercava: incisioni ruspestri di grande fascino: guerrieri, armi, cavalieri, labirinti, animali.. Studi successivi hanno permesso di individuare in un'area molto vasta migliaia di immagini incise dall'uomo, attraverso la storia, sulla roccia resa liscia da antichi ghiacciai. Fu nel 1964 che incominciò una ricerca sistematica su quelle che oggi si dicono comunemente le "incisioni rupestri del lago di Garda". Gli studi presero avvio dal Monte Luppia per poi proseguire, con successo, più a nord, sino a Brenzone. Studi successivi hanno dimostrato che solo una parte di quelle migliaia di immagini "martellinate" nella roccia può essere davvero attribuita all'età preistorica. Per il resto sono figure "storiche", ma è proprio questo a rendere unico e straordinario il patrimonio dell'arte rupestre gardesana. Fabio Gaggia, uno dei massimi esperti locali della materia, nel suo volume su "Le incisioni rupestri del lago di Garda" è molto chiaro: "Indipendentemente da rigide valutazioni di carattere cronologico- dice- possiamo affermare che, dalla preistoria (età del bronzo) fino ad oggi, l'uomo ha costantemente scolpito su queste rocce senza soluzione di continuità, lasciandoci un patrimonio iconografico di raro valore a testimonianza del perdurare della presenza umana in un territorio tra i più ameni e spettacolari di tutta l'Italia settentrionale". Insomma, l'arte rupestre non è un'esclusività dei Garda, essendo diffusa a livello capillare in tutto il territorio alpino o quasi, ma forse solo sulla riviera veronese dei Benaco l'uomo ha continuato, dalla fatidica notte dei tempi sino ai giorni della tecnologia avanzata, ad incidere meticolosamente sulla pietra, in migliaia di figurette, le proprie passioni, le speranze, i sogni. Come in un grande giornale scolpito nella pietra attraverso quattromila anni.

L'EPOCA ROMANA


     Sono numerosi i reperti di epoca romana ritrovati a Garda. Nella piazza della chiesa parrocchiale un cippo funerario è stato riutilizzato per creare una fontana. Altri ritrovamenti (statuette, are, un porticciolo e una zona sepolcrale) sono stati effettuati alla base e sulla sommità della Rocca, lungo la spiaggia e in località Scaveaghe.
     Davvero poco si sa di Garda in età romana. Neppure che nome avesse quell'antico villaggio che doveva esistere. Eppure, anche se frammentarie, memorie romane a Garda ne restano, in paese e nei dintorni. C'è chi dice che la stessa configurazione del centro storico, con la via principale che corre dritta fra le due porte, quella dell'orologio e quella di palazzo Fregoso, e con gli altri vicoli ad inserirsi in perpendicolare, sia tipicamente romana. Come prova, però, è modestamente attendibile. A ricordare l'era di Roma resta invece, nella piazza della chiesa parrocchiale, tra i platani secolari, un cippo funerario. L'hanno adoperato, quel vetusto cippo di pietra, per costruirci attorno una fontana. Sopra c'è una iscrizione latina dettata da un tal Alessandro, liberto, cioè schiavo reso libero, in onore di Publio Velio e della sua famiglia, forse già passata a miglior vita quando il cippo venne scolpito. Che gli dei Mani, sembra aver voluto lasciare scritto il liberto, abbiano in gloria Publio Velio e i suoi cari. Chi fossero costoro, l'ex schiavo ed il suo vecchio padrone, la storia non ce l'ha ancora saputo insegnare.
     Romana è anche una lapide murata dentro il vecchio oratorio della parrocchiale: parla delle famiglie Giulia e Cornelia. Poco lontano, alla base della Rocca, sono stati invece ritrovate le tracce di un tempio dedicato a Fortuna e Vittoria: dal terreno sono emerse varie statuette e un altare in pietra. Lì vicino sorgeva probabilmente un porto. Durante la costruzione della strada Gardesana, agli inizi degli anni Venti, venne alla luce nella stessa zona anche un altare con iscrizione, donato all'epoca al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Ivanoe Bonomi: di quel reperto si sono perse le tracce. Anche sulla Rocca si sono trovati segni dell'epoca romana: una campagna di scavi nel 1968 mise in luce strutture sepolcrali.
     Ricorda poi il Da Persico che presso località Scaveaghe, poco prima di punta San Vigilio, non lontano dalla magnifica villa che fu dei Carlotti, "si rinvennero antiche mura con sacre dipinture, una serraglia d'arco di greco marmo, e vota nicchia, grossi quadrelli di cotto esagoni ed altri più larghi con lambello da acquedotto". Nella stessa zona un antico contrappeso da frantoio forse d'origine romana è addossato al muricciolo a lato della strada Gardesana.

IL MEDIOEVO


     Erano ben quattro i castelli che proteggevano il territorio di Garda: quello della Rocac era di gran lunga il più importante, ma ne esistevano altri in località Castei, a Castion e a Marciaga. Altri importanti memorie dell'età medievale sono costituite dalle antiche porte d'accesso al centro storico e da alcuni reperti conservati in Pieve.
     Fu in epoca altomedievale che l'antico Benacus incominciò ad essere chiamato lago di Garda, per l'importanza militare e politica del castello che sorgeva sul colle ancora oggi chiamato la Rocca. Tra le memorie medievali più importanti di Garda vi sono proprio i resti di quella fortezza, assediata nel 1162 dall'esercito di Federico Barbarossa e conquistata solo dopo un anno di assedio.
Anche se era di gran lunga il più importante, quello della Rocca non era tuttavia l'unico castello del territorio gardesano in età medievale. Come hanno dimostrato le ricerche del progetto archeologico Adelaide '99 condotte dal professor Gian Pietro Brogiolo, nel raggio di un paio di chilometri esistevano ben quattro fortificazioni altomedievali: una sulla Rocca, apèpunto, e poi una in località Castei, una a Castion e una quarta a Marciaga. In particolare, è interessante il ritrovamento dei resti della fortificazione di località Castei, alle spalle di punta San Vigilio, sull'ultimo rilievo del Monte Luppia. Il nome della località, infatti, poteva far pensare all'esistenza di un castello (Castei, in dialetto, significa "castelli"), ma l'unica traccia dell'esistenza di un'ipotetica struttura difensiva era costituita da una mappa quattrocentesca del lago. I rilievi effettuati hanno invece posto in luce i resti di un castello di notevoli dimensioni: un edificio a pianta ovale del diametro di cinquanta-sessanta metri, con mura massicce e con le tracce, al centro, di una torre. Un altro castello è stato riscoperto e studiato fra Costermano e Castion, poco prima della contrada di San Verolo. Anche lì il toponimo è eloquente: località Castello. Si tratta d'una collinetta che sovrasta la Val dei Molini. Vi sorge una torre che è stata a lungo adibita a roccolo per l'uccellaggione, memoria della massiccia fortificazione che circondava l'intero rilievo collinare. Il quarto castello era a Marciaga. Ancora una volta il nome che tradizionalemente identifica la zona è chiaro: Castello (una piccola collina coperta di cipressi vicino al golf Cà degli Olivi). Altre importanti memorie medievali di Garda sono visibili nel centro storico. Sono particolarmente interessanti quelle che furono le antiche porte d'accesso del paese: una a nord, inglobata in palazzo Fregoso, e l'altra a sud, verso la Rocca. Questa seconda porta è sovrastata dalla torre dell'orologio, che ricorda l'iomponente cortina muraria che proteggeva il paese. Altri significati reperti dell'epoca altomedievale sono conservati in Pieve: si tratta di un arco di ciborio nel chiostro, una colomba ed un albero della vita in pietra murati nel Cinquecento sul campanile e, sempre sul campanile, una figura d'angelo che forse appartenne all'antichissima chiesa gardesana.

L'EPOCA VENEZIANA


     In epoca veneziana Garda apparteneva alla Gardesana dell'Acqua, che aveva giurisdizione sulla sponda orientale del lago ed era guidata dal Capitano del Lago. A Garda restano memorie veneziane nel Palazzo dei Capitani e in alcune tradizioni folcloristiche, come la festa di San Marco e le gare delle bisse, e in qualche ricetta. C'è un palazzo, nel cuore di Garda, di fronte al porto, che è un po' il vanto del paese, ma anche una memoria del periodo in cui il leone alato di San Marco, simbolo della potenza di Venezia, ruggiva anche sul Benaco. È il palazzo dei Capitani, che una volta si specchiava direttamente nelle acque del lago, con le barche legate a certi anelli ancora infissi nel muro, sotto i portici. È sotto gli stessi portici che si svolge ogni anno l'asta delle rive su cui vanta diritti secolari la Corporazione degli Antichi Originari di Garda. Oggi davanti allo storico edificio c'è una piazzetta, dove la gente si ritrova la domenica mattina per l'aperitivo o alla sera, per gustare un gelato. Dicono gli esperti che quel palazzo sia in stile gotico-veneziano, costruito forse in due separate fasi. La tradizione vuole che li abbia abitato, almeno per qualche tempo, il Capitano del Lago, la massima autorità di Venezia sulla riviera orientale del Benaco.
Venezia, quand'era conosciuta come la Serenissima, era signora e padrona, oltre che di mari e di terre, di mercati mediterranei e di fiere transalpine, anche del lago di Garda. Il Benaco se lo prese nel 1405 e lo tenne, sia pur talvolta con affanno, sino a che non venne Napoleone a sotterrare le residue ambizioni della Repubblica di San Marco.
     Sotto Venezia il Garda era diviso in quattro distretti. C'erano la Magnifica Patria, grosso modo l'attuale riviera bresciana, poi il Sommolago, cioè pressappoco la zona di Riva e di Torbole coi centri dell'entroterra, quindi ancora la fortezza di Peschiera con le sue pertinenze, ed infine la Gardesana dell'Acqua, in riviera orientale. Proprio a questa quarta suddivisione politico-amministrativa faceva capo Garda.
La Gardesana dell'Acqua era una sorta di federazione. Riuniva dieci comuni dell'attuale sponda veronese del lago: Malcesine, Brenzone e Pai che formavano il cosiddetto "colonnello di sopra", Torri, Albisano, Garda e Costermano erano nel "colonnello di mezzo", mentre a quello "di sotto" appartenevano Bardolino, Cisano e Lazise. I dieci centri benacensi veronesi eleggevano il consiglio della Gardesana, nel quale confluivano i loro rappresentanti in proporzione al numero d'abitanti ed alla "capacità patrimoniale". Così Malcesine e Brenzone potevano disporre di tre consiglieri, Torri, Garda, Bardolino e Lazise di due, gli altri d'uno solo. A dirigere la Gardesana era il Capitano del Lago, una figura di magistrato già presente sotto gli Scaligeri, eletto dal consiglio del comune di Verona fra i nobili della città. Dell'epoca veneziana, oltre al Palazzo dei Capitani, restano alcune tradizioni religiose e folcloristiche, come la festa di San Marco a punta San Vigilio il 25 aprile e le gare estive delle bisse, nonché qualche ricetta di tipica derivazione veneziana come le sardene in saor, il sisàm e l'ànara col pien.

  ADELAIDE DI BORGOGNA


     Figlia del re di Borgogna, moglie prima del re d'Italia, Lotario, e poi dell'imperatore tedesco Ottone I, Adelaide di Borgogna fu una delle donne più importanti del medioevo. Nel 951, da poco vedova, venne imprigionata da Berengario II nella fortezza della Rocca di Garda, all'epoca giudicata inespugnabile. Ma lei riuscì a fuggire. Figlia di Rodolfo, re di Borgogna, Adelaide, pare sedicenne, era andata sposa nel 947 a Lotario, re d'Italia. Il matrimonio ebbe un tragico epilogo. Nel 950 Lotario venne assassinato, per volontà di Berengario, duca d'Ivrea, che s'impadronì della corona regale. Per legittimare l'ascesa al trono, Berengario II impose il matrimonio fra il proprio figlio, Adalberto, e Adelaide. Ma lei s'oppose e per questo, il 19 aprile 951, venne imprigionata in quella che era all'epoca considerata una delle più sicure fortezze: la Rocca di Garda. Fuggita con la complicità, sembra, di un prete, Adelaide trovò asilo presso la fortezza di Canossa. In suo soccorso scese in Italia l'imperatore Ottone I, che, sconfitto Berengario, la fece sua sposa nel 952. Adelaide governò dunque l'impero accanto al marito, e poi, morto questi, anche col figlio Ottone II e, come reggente, col nipote Ottone III. Ebbe fama di cristiana esemplare, e papa Urbano II la proclamò santa nel 1097, di fatto formalizzando un culto che s'era ormai andato diffondendo. Fu un abate di Cluny, Odilone, che, quasi subito dopo la morte dell'imperatrice, avvenuta nel dicembre (il 16 o il 17) del 999, mise mano alla stesura dell'Epitaffio dell'imperatrice Adelaide. La fama delle straordinarie virtù della regina scomparsa cominciò presto a portare stuoli di fedeli e questuanti al suo sepolcro. E attorno alla metà del secolo XI era tale l'afflusso di pellegrini che si decise di tracciare a loro uso e consumo un Libro dei Miracoli capace d'illustrare i prodigi compiuti da Adelaide in vita e quelli attribuiti, post mortem, alla sua intercessione. In nessuno di questi testi "adelaidiani", tuttavia, si fa cenno di Garda e del lago, che compaiono invece nella Vita di Matilde di Canossa redatta successivamente da Donizone. In quel testo, l'antico storiografo canossiano attribuisce proprio all'intervento di Adalberto Atto in favore di Adelaide l'inizio delle grandi fortune dei Canossa. E di certo furono coinvolti nell'operazione il potente vescovo di Reggio Emilia, Adelardo, e il papa, probabilmente Agapito II.
     La figura di Adelaide di Borgogna, oltre che alla storia, è legata anche al mito e al folclore del lago. Sulla sua prigionIa e sull'evasione dalla Rocca di Garda sono fiorite, nell'Ottocento, alcune leggende, tutte peraltro di stampo letterario. Una parla della rocambolesca fuga in compagnia di un prete e di un'ancella, aiutata da dei barcaioli. L'altra la vuole addirittura improbabile empia amante del poeta Catullo: sarebbe stata ingoiata dalle acque del lago, dando origine alla fonte Boiola, che fornisce le sue acque alle Terme di Sirmione.
     Sotto l'aspetto folcloristico, invece, Adelaide è... un'acquisizione abbastanza recente. La figura della regina (a Garda nessuno le riconosce il titolo di imperatrice) è stata scelta infatti, insieme a quella del consorte Ottone I, a simbolo del carnevale gardesano. L'Adelaide santa è invece ricordata in una vetrata d'una cappella laterale della chiesa parrocchiale di Garda. E in paese le sono stati intitolati anche un tratto di lungolago e un albergo.

IL TURISMO


     Garda è una delle più importanti località di villeggiatura italiane. Mette a disposizione dei villeggianti 70 alberghi, migliaia di camere, centinaia di negozi, bar, ristoranti, pizzerie. Disponibili sale convegni e impianti sportivi. Tutto è cominciato nei primi anni del Novecento, ma il vero boom turistico è incominciato negli anni Cinquanta. Una guida turistica edita nel 1910 dall'Associazione nazionale italiana per il movimento dei forestieri, informava che a quei tempi Garda offriva "acqua abbondante, posta e telegrafo, medico e farmacia, caffè, boschi di castagni e di quercie, località di caccia vicine, passeggiate amenissime e splendide in salita e lungo la riva del lago". Per la villeggiatura erano disponibili "villini e case mobiliate a prezzi da convenirsi". Tre gli alberghi, con "pensione a lire 4,6": il Grand Hotel Terminus con "service à la carte à toutes heures" e "Munchener Bier", il Tre Corone ed il Monte Baldo. ERano i primi vagiti d'una nuova industria: quella dell'ospitalità al forestiero.  La "Guida pratica ai luoghi di soggiorno e di cura d'Italia" stampata dal Touring Club Italiano nel 1937 citava invece Garda come località dotata di "medico (anche dentista), farmacia; negozi di ogni genere, articoli fotografici; autorimessa con noleggio vetture, carrozze, barche, scalo dei piroscafi". Al Terminus, al Tre Corone ed al Monte Baldo si ereano affiancati altri due alberghi: Alla Rosa, con quattordici letti, ed Al Marinaio, con sette letti. Garda era già luogo di villeggiatura.  Passata la guerra, il turismo si aggiornò. Nel 1954 Garda contava 3 alberghi di seconda categoria, altrettanti di terza categoria ed altri 3 di quarta, più 6 locande: 15 esercizi in tutto, quindi, con 181 camere, 328 letti e 42 bagni. Nel 1962 gli alberghi e le pensioni erano a quota 25. L'anno successivo, per la prima volta, si superano i mille posti letto. È un vero "boom" turistico ed economico. Nel 1967 ci sono 2.333 letti a disposizione dei turisti in 40 alberghi: Garda è divenuta, indubbiamente, un importante centro di vacanza internazionale. Nel 1973 il numero degli hotels sale a quota 50. Nel 1985 si contano 65 alberghi con circa 3.500 posti letto. D'estate, nelle vie del paese, ci sono più turisti che cittadini di Garda: la popolazione residente è inferiore a quella in villeggiatura.
     L'analisi del fenomeno turistico è stata tentata nel 1987 dall'Azienda di soggiorno, che ha pubblicato tutti i dati statistici del "movimento forestieri" dal 1954 al 1985. Nel 1954 a Garda arrivarono 9.058 turisti, per un totale di 52.727 presenze. Nel 1985 i dati erano saliti a livelli astronomici rispetto a quelli di trent'anni prima: 101.861 arrivi e 651.304 presenze. Vertiginosa la progressione nel corso degli anni. Le 100.000 presenze sono state superate nel 1962, le 200.000 nel '66, le 300.000 nel '69. Nel 1980 si è valicato abbondantemente il muro delle 500.000 presenze. Nel 1984 si era già oltre le 600.000 presenze. Da allora è stata una continua ascesa, anno dopo anno, fino al milione di presenze attuali. I turisti arrivano da ogni parte del mondo. Nel 1954 negli alberghi di Garda soggiornarono 4.084 olandesi, 2.744 tedeschi, 2.373 italiani e 1.775 danesi. Nel 1985 la classifica degli arrivi ha visto al primo posto la rappresentanza della Germania, a quota 19.341, seguita, nell'ordine, dall'afflusso danese e da quello italiano. Oggi la comunità tedesca continua ad essere la più importante, ma il numero delle nazioni d'origine dei visitatori si è continuamente ampliato.

 
 
 
 
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